11 Febbraio 2011

Salto di Qualità!

Finalmente le cose cominciano a girare per il verso giusto! Avevo informato alcuni di voi che si stava lavorando ad una linea abbigliamento estiva, prodotta e distribuita nel bolognese. Quel momento sembra arrivato...

Che dire, speriamo in bene e tenete d'occhio le boutique! =D

 
02 Febbraio 2011

Oggi mi sento...

Un po' troppo Rocky Horror. Ultimamente non ho voglia di guardare altro. Sono grave?

 
01 Febbraio 2011

Un'altra Città

I gomiti sul bancone,
per l'ultimo bicchiere al bar
una coppia alla stazione,
chissà perché arrivati proprio qua.
All'incrocio c'è un barbone,
ma è già un'altra città,
i tossici hanno un rione,
vanno tutti a sbattersi là,
e lei truccata come una bancarella,
si specchia sempre, si sente bella,
lui la guarda, un salto e sono già fuori,
calpestando baveri e lembi di cappotti,
lungo la frontiera dei marciapiedi,
dove non sai dove finisce la notte,
dove non è mai finito ieri,
dove i tram vengono presi a botte,
dove le dita sono cicche
e le smorfie pensieri,
ed i graffiti sono i segni dei chiodi,
che scendono giù lungo i muri,
e continuano sui marciapiedi,
dove li trovi presi, stesi, arresi,
con le facce di lacrime in terra,
come in tempi di guerra......

Se non fu solo un mistificazione,
quel sessantotto tanti anni fa,
i balordi sono la ragione,
critica di ogni società,
e i disperati una nazione,
che deve avere fede e pietà,
dove nessuno vale più un padrone,
e anche il tempo, lo sa,
ed i tempi stan cambiando,
come non sono cambiati mai,
il mondo sta vivendo,
una corsa senza fine ormai,
e lei in mezzo alla notte,
sotto un neon di calze a rete sfatte,
taccheggia tra le piogge rotte,
a cosce aperte e il mondo che batte,
lui con un coltello in tasca nella via,
per farsi posto, per farsi compagnia,
dove non c'è posto
e non ci sono speranze,
fra lune di fango e fiori di sangue,
in una lunga trincea dove devi,
aspettare in agguato
e strisciare per terra,
come in tempi di guerra...

 

 
29 Gennaio 2011

Primo Capitolo - Umanità

Finalmente, il primo sudato capitolo del mio romanzo è pronto. Se a qualcuno interessa...

Ombre fra le nuvole oscure, silenziose come spettri di un passato ormai remoto, si stagliavano all'orizzonte. La pioggia cadeva pesante, tormentando quell'arrogante trionfo di acciaio e cemento.
Ufficialmente, la struttura non aveva un nome. Coperta dal segreto più assoluto, era una vera e propria necropoli moderna, con le sue bare stipate di carne palpitante e, dispersi in ogni dove, canopi funerari traboccanti di disperazione. Un monumento all'inumanità dell'essere umano, ad un'ambizione fatta di oscurità gocciolante.
Il complesso aveva proporzioni a dir poco bibliche. Oltre quindici chilometri quadrati di mastodontici edifici a torre, caserme di presidio e sterminati livelli sotterranei. Dal punto più alto era possibile vedere l'orizzonte, in forma di sterili montagne rocciose, apparentemente invalicabili.
Lo stesso panorama che, in quel momento, stava ammirando un uomo.
Oltre un'ampia vetrata semisferica, osservava quella tempesta senza fine. I fulmini, come mani scheletriche, raschiavano la brulla roccia della cordigliera montuosa. Nelle infinite gocce di pioggia, infrante sul vetro, vide il suo stesso volto.
Aveva qualcosa di malato, nella sua espressione. I suoi capelli grigi, tagliati corti alla militare, ricoprivano come un guanto il cranio candido. La pelle era bianca, come il disco della luna che da tempo non osava palesarsi. Gli occhi, coloranti del pallido grigiore della morte, si specchiarono in quella finestra sul passato. Erano tristi e vuoti, come le orbite di un cadavere.
Nella sua anonima divisa da prigioniero, pareva un vecchio relitto, oppresso dal peso degli anni e delle colpe, ad essi imprescindibilmente legate.
Nessuno avrebbe mai immaginato la vera natura di quel misero guscio di carne, per nulla diverso, in un certo senso, da un neonato appena strisciato fuori dal ventre della madre.
Infatti, non aveva nemmeno un nome.
Pensieri senza senso affolavano la sua mente, come mosche incandescenti, quando un distinto individuo in camice bianco fece il suo ingresso, in quella strana sala circolare. Era accompagnato da una donna, minuta e dai dolci tratti orientali. Il dottore gli sorrise con disgusto, aggiustandosi gli occhiali, troppo grandi per la sua faccia. Stempiato e con quel mento perfettamente quadrato, pareva tagliato con l'accetta.
«Molto bene!».
Parlava con giubilo, come in preda ad una frenesia estatica, rivolgendosi alla donna al suo fianco. Lei non gli rispose, limitandosi a lanciare uno sguardo allo scarno prigioniero. Era lo sguardo più dolce di questo mondo. Un sentimento di sincera compassione.
«Allora, dottoressa Yu. Come si sente oggi, il nostro caro ragazzo?».
«Bene, si direbbe. Gli scanner biometrici sono eccellenti, oltre ogni nostra previsione. Ciononostante, potrebbe chiederglielo lei stesso».
Il dottore si avvicinò al prigioniero, squadrandolo in ogni sua parte. Solo incontrandone gli occhi, si decise a parlare.
«Come ti senti oggi, numero tredici?».
Il soggetto non rispose. Abbassando gli occhi, come colpevole, notò il medesimo numero, stampato sulla divisa come un marchio da bestiame.
«Ti ho chiesto come ti senti» lo incalzò, gelido.
«Dove mi trovo?».
Il volto del dottore mutò improvvisamente, assumendo il radioso sorriso di un tossicomane in overdose.
«Sentito, dottoressa? Fenomenale! Addirittura la consapevolezza di una necessaria posizione fisica. Senza precedenti».
Un mezzo sorriso, falso fino alle fondamenta, balenò sul volto della donna. Sembrava non condividere l'entusiasmo del suo collega, come se non potesse tollerare il modo in cui trattava il prigioniero. Un fenomeno da baraccone.
«E dimmi, numero tredici, vorresti saperlo?».
«Si».
«Incredibile!».
Il viso del dottore era ormai una maschera di folle ilarità. Sembrava trovarsi di fronte alla trovata comica del secolo, tanto le risa venivano rigurgitate, copiose, dalla sua bocca.
«Una volontà sua! Questo è fenomenale!».
«Dottor Stanton, cerchi di controllarsi!».
«Ah sì...» balbettò l'uomo, aggiustandosi il nodo della cravatta. Rapidamente, come una mangusta impazzita, si voltò di nuovo verso la fonte di tanto divertimento.
Questa volta, fu il prigioniero a parlare per primo.
«Chi sono io?».
«Normalmente, ti scaraventerei nel bidone della spazzatura, per avermi fatto una domanda tanto cretina! Tuttavia, oggi mi sento felice fin dentro le palle, motivo per il quale intendo risponderti!».
La dottoressa Yu abbassò lo sguardo. Aveva deciso di lasciar perdere, i suoi futili tentativi di rimettere in carreggiata l'estroverso, volgare collega.
«Chi sono io?» ripetè il prigioniero, meccanico.
«Sei il mio capolavoro, figliolo. Il mio capolavoro».
«Non capisco».
«È naturale, pupazzetto. D'altronde, sei al mondo da soli sei mesi».
La cavia non comprese immediatamente l'informazione, a differenza dello stato d'animo da essa generato. Poteva non sapere nemmeno chi fosse, ma di una cosa era assolutamente certo. Il dottor Stanton non gli piaceva.
«Non sono un pupazzo».
Parlò con un tono deciso. Arrogante.
Un'espressione di timore cominciò a soffocare il volto del dottore, come una piovra affamata. Non gli piaceva il suono di quella voce. Ciononostante, la curiosità e la sete di conoscenza, che lo avevano spinto ad abbracciare una simile carriera, presero rapidamente il sopravvento. Voleva indagare più a fondo.
Che diamine, in fondo quella cavia era sua. Un fottuto burattino.
«Chi ti ha messo in testa queste stronzate, sacco di carne? Tu sei una mia cavia, appartieni a questo complesso di ricerca. In altre parole, sei il mio pupazzo. La cosa ti crea qualche problema».
«Sì».
Gli occhi della cavia si fecero nuovi, come incendiati da un fuoco inesistente. L'espressione mutò in un muso di rabbia, basso e guardingo.
In tutta risposta, il dottor Stanton sospirò. Deluso, si rivolse al prigioniero.
«I tuoi predecessori sono impazziti in poche settimane. Pensavo che tu fossi diverso, il mio primo successo».
La dottoressa lo guardò con disprezzo. Nel suo viso, fino a quel momento dolce e compassionevole, apparve l'espressione del sangue in ebbollizione.
«Deve trattarsi di un qualche genere d'interferenza genetica» continuò Stanton: «Molto probabilmente, nel corredo mnemonico dei soggetti originali».
«Dottor Stanton!» lo rimproverò la donna: «Lei sta parlando di un essere umano, maledizione! Come può comportarsi così, con una creatura partorita dal suo stesso desiderio. Dovrebbe essere come...».
«Mi risparmi il numero della suora arrapata, dottoressa Yu!» la riprese il collega: «Lei fa parte di una equipe scientifica seria, composta dalle menti più geniali di questo secolo. Un monumento all'umana razionalità. La sua qualifica di psichiatra non la autorizza a dire certe stronzate!».
«Io non dico stronzate, dottor Stanton! Questo è un uomo! Ha una bocca per parlare! Occhi per piangere! Un cuore per essere triste, felice o arrabbiato! Non è un'altra delle tue marionette morte».
«Adesso sta esagerando, dottoressa! È solo un errore nel programma di memoria, niente più che uno stramaledetto sistema operativo".
«Questa non è una macchina, cazzo! Questa è carne. È sangue. Questa è vita, con tutti i diritti che essa merita!".
I due si fissarono per istanti interminabili, dritti negli occhi, come due cacciatori in lotta per la medesima preda. Ognuno dei due aspettava una parola, da parte dell'altro, per far valere ancora più prepotentemente la propria ragione.
Con incredibile sorpresa, non furono le loro labbra a rompere il silenzio.
La voce del clone si fece diversa. Divenne bassa, calda come una tazza di cioccolata bevuta sotto le coperte, in pieno inverno. Dolce come quel sapore.

Sole tramonti,
fra le nuvole morte.
Fiori di Sangue.

Il dottor Stanton parve sconvolto, come se la situazione fosse ormai completamente sfuggita al suo controllo. In un certo senso, era proprio così.
«Questo è un Haiku!».
La dottoressa Yu non rispose. Si limitò a sorridere, proprio come prima. Stavolta, però, il suo sorriso non era fasullo.
«Come fa a conoscerlo? Non appartiene al corredo dell'addestramento mnemonico di base».
Si voltò, fissando la collega.
«E' stata lei».
Non aspettò la conferma. Come un folle, libero da ogni controllo, estrasse la pistola dalla fondina ascellare. Premette il grilletto, sicuro della sua giustizia oltre ogni dubbio, come solo i fanatici sanno fare.
Un intero caricatore da nove millimetri finì fra le carni della donna, facendola crollare al suolo. Cadde dolcemente, come un pugno di sabbia gettato nel vento.
«E adesso mi occuperò di te, sacco di car...».
Il dotto Stanton sentì le parole morirgli in gola, soffocate dalla presa d'acciaio del clone. Fissò negli occhi la sua creatura, trovandovi tutta la tristezza di questo pianeta.
Con le lacrime agli occhi, la cavia schiacciò la carotide del dottore, come fosse una lattina vuota. Lasciata la presa, si accostò al corpo della donna, adagiata in un lago di sangue.
Era ancora viva.
La prese fra le braccia, come solo un figlio potrebbe fare. Piangeva.
«Hai fatto quello che dovevi».
La cavia non rispose. Non sapeva nemmeno cosa dire, in vuote parole. Umide per il pianto, le sue labbra sfiorarono quelle minute della dottoressa Yu. Non aveva altro modo, per ringraziarla della vita.
«Come ti chiami?».
«Tina» singhiozzò lei, fra i fiotti di sangue che le uscivano dalla bocca, deturpando quel viso, altrimenti immacolato. «Tina Yu».
Il clone sentì il calore svanire, dalle mani della dottoressa. La strinse più forte, desiderando ardentemente di non lasciarlo fuggire. Non sapeva che, per quella che si poteva definire una madre, era ormai finita.
«Sono felice, adesso. Sono davvero felice».
«Chi sono io, Tina?» fece il clone: «Qual'é il mio nome?».
«Matthew» rispose lei, con l'ultimo respiro: «Mio figlio si chiamava Matthew».
Detto questo, l'ultimo alito di vita svanì dal corpo di Tina Yu, iniziando il suo viaggio verso lidi più rosei. Questa, almeno, fu la speranza della neonata creatura.
Era come un flebile incanto. La strinse a se fino all'ultimo, desiderando con tutta l'anima di farla parlare un'ultima volta. Di sentire ancora la sua voce, anche solo per un istante.
Ben presto, l'incanto venne rotto.
Sei guardie, armate fino ai denti e in tenuta antisommossa, avevano fatto irruzione nella sala del test. Si disposero in fila ordinata, sollevando gli scudi come fossero i bastioni di una fortezza inespugnabile. Il clone nemmeno li notò.
«Il soggetto è considerato perso» fece il comandante: «Abbattetelo!».
Il sordo rumore dei caricatori, sei proiettili infilzati nelle rispettive camere di scoppio, scatenò qualcosa nella trista creatura. Inarcò la schiena, impercettibilmente, come farebbe una bestia selvaggia, presa in trappola.
Strinse i denti, dimenticando quell'ultimo, caldo momento.
Un'istante prima che il nugolo di proiettili 9mm, come uno stormo di cavallette impazzite, lo raggiungesse, l'uomo si gettò di sotto, mandando in pezzi la vetrata.
Cadde, insieme a mille frammenti luccicanti, come le ormai perdute vestigia della sua umanità. In un istante, rapido come il battito di ali di un colibrì, attraversò gli oltre duecento metri di acciaio nero, fino alla struttura sottostante.
Con un grido disumano, trapassò la cupola di vetro, come una palla di cannone.
Atterrò al centro della sala di controllo degli accessi, sfondando il pavimento metallico di quasi un metro, increspandone la superficie come fosse di carta.
Altri soldati, stavolta oltre una ventina, erano già pronti a riceverlo, samurai fedeli in una terrificante causa di malvagità. I fucili spianati, come spade di damocle, pronte a lasciarsi andare.
Il clone, intatto, li fissò con odio. Una vampata di rabbia, dolorosa come una saetta di filo spinato, avvinghiata intorno al suo cuore, gli diede nuova vita. In vita sua, non si sarebbe mai sentito peggio.
«Abbattete quel pupazzo di carne, idioti!».
Un urlo disperato, come il ruggito di una belva, divelse le corde vocali della furiosa creatura, spianando ogni angolo di quella fredda, metallica sala. Aveva ancora gli occhi ricoperti di lacrime.
«Io non sono un pupazzo di carne!» strillò, infine, come se fosse lo stesso Dio a doverlo ascoltare. Digrignando i denti, continuò.
«Io mi chiamo Matthew!».

Haiku - Albeggia

Sorge silenzioso
dall'orizzonte di ghiaccio.
Rinascita.

 
27 Gennaio 2011

Va bene, ho Capito!

Nel bel mezzo di una giornata di lavoro veramente particolare, nella quale ho incontrato ogni genere di problematica, ho raggiunto l'illuminazione.

Ne ho abbastanza di riparazioni posticce, rabberciate alla meglio da persone che hanno l'elevata pretesa di considerarsi miei dipendenti.
Ne ho abbastanza di clienti insolventi e di cause intentate con le unghie e con i denti per costringerli a pagare.
Ne ho abbastanza di aziende colossali, dirette da trentenni appena usciti dall'università che nemmeno saprebbero trovarsi il culo, senza una cartina e un GPS.

Decisamente, ne ho abbastanza di essere considerato un ragazzino che gioca a fare l'imprenditore con i soldi di papà! Ma non preoccupatevi. Come dicevo, ho raggiunto finalmente l'illuminazione.

A puttane tutto quanto, smonto baracca e burattini e apro un SUSHI BAR in centro!

 
24 Gennaio 2011

E' un Paese per Vecchi

C'é gente che ritiene inumano lavorare così tanto.
Insomma, in quasi un mese mi avete visto molto più di rado su questo sito. Ovviamente, stavo lavorando. Sono una persona monotona, in fondo, anche se mi sforzo a tutti i costi di non sembrarlo completamente.

Insomma, tra un lavoro e l'altro, la sola cosa che sono riuscito a concedermi è un film con Al Pacino. Spettacolare ma insufficiente a tirarmi su, in questo momento. Voglio dire... insomma, ho dormito una ventina d'ore al massimo in una settimana, vado avanti a pizza e kebab da quasi un mese. Non ricordo nemmeno più il mio ultimo bicchiere di bourbon.
Del resto, credo sia naturale quando si apre una propria attività a ventidue anni. Tutti ti danno dell'incompetente, ti tacciano di scarsa professionalità. L'altro giorno, un nuovo cliente, alla sua prima telefonata dopo aver visto la nostra pubblicità, mi sorprende con una sviolinata a tradimento.

"Ah, ma che strano! Hai delle competenze di web design davvero notevoli per un ragazzo che ripara i computer".

Io non sono un ragazzo-che-ripara-i-computer, viziatissimo pezzo di cretino! Tantomeno, a dispetto di quanto pensi, sono un viziato moccioso che si diverte a giocare all'imprenditore con i soldi di papà. Eppure, in questo sistema, si è sempre troppo giovani e, di conseguenza, mai presi sul serio come si vorrebbe.

Cosa non darei per una ventina d'anni extra.

 
15 Gennaio 2011

Haiku - American Dream

Ogni desiderio,
che il mio corpo ha mai sentito
è sempre lo stesso.

Essere incatenato.

 
10 Gennaio 2011

Mancante...

Ho sentito dire che quando la propria vita privata va completamente a rotoli, è il momento in cui fare davvero carriera sul lavoro?
Che faccio, amici miei? Mi spedisco da solo una richiesta di promozione?
Una mia amica, citando una canzone che al momento non ricordo, ha detto che la vita è puttana. Una puttana piuttosto costosa, aggiungo io.

Mi sa che ho finito i soldi...

 
06 Gennaio 2011

Haiku - Rondine

Una rondine vola,
solitaria, fra le torri di cemento.
Tramonto infuocato.

 
03 Gennaio 2011

Ho ancora la Forza...

Ultimamente mi è capitato davvero di tutto, una vera e propria overdose di eventi che, penso, vadano in qualche modo a formare un significato. Non so se sia vero o giusto, semplicemente capisco che è il solo modo in cui posso pensarla, senza finire per star male. Le persone sono piccole, insignificanti e disinteressate. Ogni volta che incontro qualcuno di veramente speciale, vorrei arrogantemente tenermelo tutto per me.

E quando le cose non vanno come si sperava, la delusione è sempre un elemento imprescindibile. Ciononostante, intendo lasciarvi una canzone scritta a quattro mani da Ligabue & Guccini. Incarna perfettamente il mio modo di affrontare questo genere di cose...

Inoltre, racconta in modo incredibile come io e, sicuramente, molti altri ci sentiamo in questo momento.

 

Haiku - Labbra

Ne escono parole,
sottili e dolci come baci mai dati.
Cornici di un sogno.

 
31 Dicembre 2010

Capodanno

Mi hanno incastrato con una dannatissima festa di capodanno...
Una festa che, già lo so, mi farà davvero girare le palle.

La prossima volta li mando tutti a quel paese e mi faccio qualche giorno dove dico io!
Chissà perché ho una voglia matta di rivedere Parigi.

Parigi.
Suona bene vero?

Quasi quasi, verso primavera...
 
25 Dicembre 2010

Pensieri di Natale

Sto scrivendo dal computer di casa mia.
La chiamo così senza crederci, in quanto non la chiamo più così da quasi cinque anni.
Per chi non sapesse, ho accettato di passare il Natale con i miei genitori, dopo anni di prolungata e felice assenza da questa casa. Ancora non so perché ho voluto farlo, forse sentivo di dovere qualcosa a mio padre. Non lo so.
Fatto sta che mi trovo quì, sul mio vecchio computer. Toccare i suoi tasti quasi mi commuove, pensando alle decine di relazioni non fatte, ai videogiochi divorati al posto dei compiti per casa, ai chilometri di chat con ogni parte di questo paese.
Ora mi sto annoiando.
Purtroppo, ho promesso che sarei rimasto a dormire quì. Io ho il vizio di promettere troppo, senza contare la mia orribile caratteristica di mantenere, in ogni circostanza, la parola data. A volte, vorrei essere più ipocrita.
Penso al passato, in questa stanza che non vedo da anni.
Al fatto che non ho fatto altro se non leggere e viaggiare. Mi sembra quasi inutile, adesso.
Non riesco a concludere nulla che non sia un rapporto di lavoro.
Da quando ho rotto con Elisa, non riesco nemmeno ad avere un rapporto duraturo con una ragazza. Ci provo, ma è come se non riuscissi a trovare qualcuno in grado d'ispirarmi. Di farmi sognare, per un solo istante. Quando le trovo, dopo poco si rivelano, in realtà, chiuse e senza prospettive.
In una vita senza sogni, come faccio a crearne di miei?
I personaggi dei miei romanzi sono molto più vivi dei burattini di carne morta che incontro ogni giorno.

 
23 Dicembre 2010

Haiku - Fuoco sulle Labbra

Desideri riscoperti,
bruciano la mia carne inerme.
Fuoco sulle labbra.

 
20 Dicembre 2010

Stuck In The Middle With You

Oggi ho lavorato come un pazzo.
Davvero.
Non so nemmeno come ho fatto a trovare il tempo di mangiare.
Ah già, è vero! Non l'ho trovato!

Ho dovuto aspettare fino a poche ore fa, quando mi sono mangiato una bella bistecca mentre guardavo Le Iene, di Quentin Tarantino.
Allora ho detto, come posso non lasciare questo meraviglioso pezzo degli Stealers Wheel?

Godetevelo!

 

 

 

 

 
19 Dicembre 2010

La Piccola Canzone dei Contrari

C'e`un posto bianco e un posto nero chissà dov'è
per ogni volo di pensiero dentro di te
c'è un posto alto e un posto basso chissà dov'è
per un violino e un contrabbasso dentro di te
e un posto dove ci son io
C'è un posto uovo e uno gallina chissà dov'è
se non sai chi sia nato prima dentro di te
c'è un posto in pace e un posto in guerra chissà dov'è
in piedi o tutti giù per terra dentro di te
e un posto dove ci son io
che cerco un posto tutto mio lì di fianco a te.
C'è un posto vino e un posto pane chissà dov'è
per quando hai sete oppure hai fame dentro di te
c'è un posto verde e un posto rosso chissà dov'è
per quel che resta o quel che passa dentro di te
c'è un posto vero e uno bugiardo chissà dov'è
per quando va la gatta al lardo dentro di te
e un posto dove ci son io.
C'è un posto tutto e un posto nulla chissà dov'è
per una donna e una fanciulla dentro di te
c'è un posto bello e un posto brutto chissà dov'è
non sempre si può avere tutto dentro di te
c'è un posto fermo e uno animato chissà dov'è
per come il mondo è disegnato dentro di te
e un posto dove ci son io
che cerco un posto tutto mio lì di fianco a te.


Caro Babbo Natale...

Sai cosa vorrei per Natale?
Un mondo nuovo.

Questo ormai è in rottamazione...

 
18 Dicembre 2010

La Leggenda del Re Pescatore

La conosci la storia del Re Pescatore?
Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo:
'Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini'.
Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco.
E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire.
Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re
'Che ti addolora amico?'
e il re gli rispose
'Ho sete e vorrei un pò d'acqua per rinfrescarmi la gola'.
Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d'acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c'era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito
'Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?'
e il giullare rispose

'Io non lo so, sapevo solo che avevi sete'.

The Terminal

Come al solito non dormo.
Di conseguenza, mi è parso automatico vedermi The Terminal. Lasciando perdere il fantastico Tom Hanks, il favoloso Stanley Tucci e l'intero cast, è incredibile quante domande possa porre una singola pellicola.

Perché i desideri degli uomini devono essere sempre traditi?
Perché solo le persone comuni, disprezzate dai benpensanti, debbano essere felici nell'insegnare genuinamente?
Perché ogni mondo pare una mera finzione?

E soprattutto...
Perché oltre quelle stramaledette porte,
Dopo aver faticato come un pazzo per attraversarle,
Ci deve sempre essere la medesima sensazione di mera illusione?

Perché ogni vita sembra il sogno di qualcun altro?

 
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